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ParoleSenzaGiri: intervista a....Francesco Soliani

Eccoci con un'altra chicca della nostra rubrica ParoleSenzaGiri: oggi incontriamo coach Francesco Soliani. Francesco collabora con coach Beghini già da un pò con i Camp Tecnici, ma da questa stagione è entrato a pieno organico nella realtà baskettara villafranchese....e diciamo pure con un ottimo impatto con un carattere solare e con una verve che ai ragazzi ed ai genitori piace molto. Non tralasciando ovviamente un'elevata professionalità...

Impariamo quindi qualcosa in più su di lui, in campo, e fuori dal campo.

D. Buongiorno Francesco e benvenuto in PSG! Diciamo subito che non sei propriamente “una novità”, avendo collaborato con Enrico Beghini durante i Centri Estivi con l'organizzazione dei Camp Tecnici. Allora, impatto con la realtà villafranchese…

R. Innanzitutto ciao e grazie del benvenuto. Che dire? Impatto direi in punta di piedi, osservando molto e cercando di capire l'organismo PSG. Vero che le prime collaborazioni risalgono al 2016, ma un conto è operare alcuni interventi nei Camp Tecnici, un altro il lavorare a stretto contatto, giorno dopo giorno. Quindi sono davvero incuriosito ed intrigato da questa nuova avventura; un'esperienza lontano dalla “comfort zone” delle società vicino casa e che da tempo avevo desiderio di fare. Il contatto di questa estate con PSG è nato quasi per caso, una corrispondenza di uguali bisogni che ha portato coach Beghini e me davanti ad un tavolo a trovare subito una lingua comune e prospettive interessanti da percorrere insieme. Veramente l'accordo è arrivato in tempi brevissimi e devo ammettere che a stento ho trattenuto l'eccitazione: la voglia del primo allenamento, per me che amo stare in palestra, è stata un'attesa che non finiva mai...

 

D. Hai avuto dei trascorsi non indifferenti in piazze di prestigio ed in una realtà cestistica come quella emiliana, di tradizione. Hai già avuto modo di notare qualche differenza tra il modo di vivere il basket in Emilia e qui in Veneto?

R. Mah, così, a prima impressione, non direi. Per lo meno non per quanto riguarda vivere il basket. La pallacanestro è una una lingua comune con varie sfumature interpretative. Forse qualche differenza c'è nel modo di insegnarla, ma quello è un fatto che differisce dall'entità più grande, come ogni nazione, fino alla più piccola società: in ognuno c'è un, chiamiamolo, dialetto diverso sul come fare un percorso di insegnamento. Per ora, quello che posso dire in questi primi giorni, è che ci sono, tra Veneto ed Emilia Romagna, differenze di lavoro fisico, di intensità di gioco, ma, d'altra parte, anche diverse cure del dettaglio tecnico e delle letture. E non c'è un modo giusto o sbagliato; semplicemente ogni realtà ha fatto delle proprie qualità un punto di forza. La sfida, anche personale, è di imparare il meglio da entrambe le filosofie e riuscire a crearne una sintesi.

 

D. Avrai un bel ventaglio di squadre con cui “misurarti”, dagli U15 in su… Quali sono i valori principali che cercherai di trasmettere agli atleti? Cosa non dovrebbe mai mancare in una tua squadra?

R. C'è da fare una premessa: la pallacanestro è specchio della vita. Dentro al campo ci sono responsabilità, diritti, doveri, lavoro di squadra, bisogno di aiutarsi e di comprendere e risolvere insieme i problemi. Niente di diverso da quello che accade nella vita reale. Questo è il primo concetto che amo condividere con i ragazzi. Condividere e non imporre, perché il nostro ruolo di istruttori ci impone di dare loro strumenti che siano, poi, in grado di utilizzare e modellare in base ai loro caratteri, qualità, caratteristiche. E per fare ciò, e credo sia un qualcosa che non deve mai mancare nelle mie squadre, ci deve essere quello che definisco il concetto della “importanza dell'errore”. In un momento in cui troppo spesso “errore” è accostato a “fallimento”, in cui si tende a non fare per non mostrarsi sbagliati, la mia filosofia è dare un valore all'errore: l'errore è ciò che ci fa imparare; l'errore, nostro o dei nostri compagni mentre proviamo a crescere, ci porta a comprendere che stiamo lavorando tutti per un obiettivo comune e ci dà consapevolezza come gruppo; l'errore perché si prova a fare è l'unica strada veramente utile per diventare migliori; migliori come giocatori, migliori come persone. Ecco, si, l'errore è un valore e non dovrebbe mai mancare nella mia squadra.

 

D. Parola grossa, ma inutile negare che ognuno ha un suo modello… A chi ti ispiri? Che tipo di gioco prediligi fare?

R. Se mi passi il paragone medico, in questi 24 anni mi sono fatto l'idea che funzioni come il corpo umano; bisogna nutrirsi in maniera varia e saper assimilare quanto di utile e necessario per vivere. Essere allenatore è un po' simile a ciò: più che un modello, è necessario saper assorbire da diverse persone. Saper ascoltare, osservare; sapersi porre dei dubbi continuamente e, così, elaborare la propria pallacanestro. Che non è mai la stessa, ma è fluida, cambia nel tempo. Non si fa più la pallacanestro di 20 anni fa, ma nemmeno quella di 10, né quella di 5 anni fa. Cambia, si evolve e noi allenatori dobbiamo mantenere sempre quella elasticità mentale per coglierne i cambiamenti. Poi è altrettanto vero che ci sono contesti che più mi hanno influenzato: gli inizi alla Pallacanestro Reggiana rimangono un imprinting in background sempre importante e le ultime esperienze a Novellara mi hanno data una visione più completa e matura del tutto. Da ciò nasce l'idea di gioco: la capacità dei miei giocatori di avere molta libertà. Una libertà che, però, deve nascere dalle conoscenze sia tecniche che tattiche, come la comprensione di spazi e tempi nell'organismo squadra.

 

D. Usciamo un po' dall'ambiente cestistico ed indaghiamo un po' sui tuoi hobbies… Cosa ti piace fare al di fuori dell'ambito lavorativo?

R. Il mestiere della pallacanestro mi assorbe per dieci mesi all'anno, 24h, 7/7 come si suol dire. Quindi spazio per un hobby vero e proprio non c'è, anche perché il tempo libero che posso ritagliarmi durante la stagione, lo dedico alla famiglia, a mia moglie che sopporta i miei ritmi ed a mio figlio che ha intrapreso una carriera cestistica ancora più impegnativa della mia. Durante l'estate, invece, ho modo di rallentare la frenesia, di leggere qualche libro, di guardare qualche film, di godermi qualche giorno di vacanza. Ma per uno che è immerso nella pallacanestro fin dal 1981, quando ero piccolo piccolo... Quanti anni sono? 37? Ormai hobby e lavoro si sono fusi in una cosa sola...

D. Ti piace leggere o preferisci gustarti un film? Preferiti?

R. Lettura, televisione e musica sono la triade con cui sono cresciuto. Medioevo e Fantascienza gli ambiti più apprezzati. Il mondo di J.R.R. Tolkien rimane il mio preferito: dal Signore degli Anelli al Silmarillon, tutto il filone della Terra di Mezzo mi ha accomagnato da quando ero bambino. Amo anche i romanzi di Ken Follet, direi “I pilastri della Terra” in primis, così come “Il nome della Rosa” di Umberto Eco, tutto il filone del ciclo Arturiano e tutti, ma proprio tutti, i libri di Isaac Asimov. Tra i film, oltre a quelli di ambito sportivo come “Il sapore della vittoria”, “Ogni maledetta domenica” o “Glory Road”, irrinunciabili sono “Il Gladiatore”, “I soliti sospetti”, “Gli Intoccabili”, “L'attimo fuggente”, ma pure, per un emiliano come me, la serie dei film di “Don Camillo”, ambientati nella Bassa, e quelli di Bud Spencer e Terence Hill con cui la mia generazione è cresciuta, “Lo chiamavano Trinità” su tutti.

D. Mare o montagna?

R. Entrambi. Sono due facce di questo pianeta. Il mare parla e devi saperlo ascoltare. La montagna ascolta e devi saperci parlare. Ma se vuoi sapere quale sia il posto più maestoso che abbia mai visto, ti rispondo il deserto del Sahara, con i suoi assoluti silenzi ed un cielo stellato indescrivibile nelle sue notti. Il Sahara mi ha rubato il cuore.

D. Piatto preferito?

R. Etnico. Mi piace mangiare dove sono: dalla cucina del NordAfrica a quella del Centro Europa, dalla cucina Giapponese a quella Sudamericana. Non ho viaggiato tanto, ma come ti parlavo sopra dei dialetti della pallacanestro, anche la cucina, italiana e non, declina culture diverse che si incontrano e si incrociano. Era così millenni fa e lo è ancora oggi. Nel nostro DNA ci sono antenati di tutto il pianeta e quindi mi piace seguire sempre profumi e sapori. Poi... Vabbé... Poi ci sono i cappelletti in brodo con il Parmigiano Reggiano (mica il Grana), ma quelli sono un'opera d'arte a parte...

 

Grazie Francesco e… Buon lavoro!!

R. Grazie a voi! E' la mia prima intervista. Spero sia andata bene!

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